Interviste

➢ Quando è iniziata la sua passione per i gialli?

Come tutte le passioni che si rispettino. Ero a letto con la febbre, e avevo finito i libri di Wodehouse (all’epoca, io leggevo solo libri umoristici, e solo quando avevo finito i fumetti). Mio fratello mi disse “Perché non ti leggi un giallo?” e mi tirò un volumetto Mondadori. Agatha Christie, Poirot a Styles Court. L’ho finito il giorno stesso, e quando ho terminato probabilmente la febbre mi era aumentata…

➢ In che modo i suoi studi hanno influenzato i suoi libri?

Sono un chimico di formazione, e quindi so che non bisogna prendere in giro la realtà o tentare di cambiarla a parole. Si può descriverla, o giocarci, ma non si può inventare di sana pianta; ci sono aspetti dell’essere umano che sono caratteristici, e non possono essere mescolati a caso, enfatizzati, o ignorati.
Poi, lo scrivere articoli e testi scientifici ti insegna ed essere chiaro, conciso e ad accettare le critiche: quando si manda un articolo scientifico, questo viene revisionato da arbitri che agiscono in forma anonima, e che quindi possono essere totalmente sinceri, a volte persino spietati. Ma solitamente, accettando le critiche, il lavoro migliora.
Poi, la pratica chimica a volte ti fa passare delle giornate pallosissime: ecco, lì la fantasia parte, e la scrittura ne beneficia.

➢ Qual è l’immagine che ha dei suoi lettori?

Quella di miei complici. Persone curiose, probabilmente intelligenti, che hanno voglia di farsi raccontare una storia tenendo il cervello acceso, pronti a cogliermi in fallo se sbaglio, ma anche disposta ad apprezzare, a divertirsi e a farsi qualche sana risata.

➢ I personaggi dei suoi libri sono tratti da esperienze reali, o sono frutto della sua fantasia?

Tutta gente che ho conosciuto quando ero in manicomio.
Scherzi a parte, quasi tutti i personaggi sono presi di peso dalla realtà, come Ampelio o Massimo, che sono i ritratti rispettivamente di mio nonno Varisello (sì, Varisello, non è un refuso) e di un mio amico che fa il barista. Poi uno ci ricama un po’ sopra, si inventa delle vite parallele che queste persone avrebbero potuto avere. Fondamentalmente, racconta frottole: ma frottole credibili, plausibili. Ecco, come direbbe un mio collega di qualche annetto fa, “verisimili”.

➢ Insegnare divertendo gli alunni. Cosa ne pensa?

Divertendo non è il verbo giusto. Stupendo, di sicuro. Sorprendendoli, facendo in modo che ti concedano tutta la loro attenzione. L’arco dell’attenzione umana dura fra i dodici e i sedici minuti: dopo, inevitabilmente, tendiamo a distrarci. Se siamo bravi riusciamo a focalizzarci nuovamente, altrimenti no. E in questo senso stupire, anche con effettacci, è fondamentale: una mia ipotetica lezione universitaria prevederebbe salti mortali, proiezione di slide con femmine in costume da bagno, rutti disumani ecc. Tutte cose assurde, ma che costringerebbero gli studenti ad ascoltarmi, e gli darebbero un elemento in più per ricordare. Noi ricordiamo principalmente attraverso le emozioni, non attraverso il raziocinio: occorre emozionare e stupire chi ti ascolta, non anestetizzarlo di chiacchiere.

➢ Le piacerebbe scrivere, in quest’ottica, dei libri di testo?

Moltissimo. Non so se ne sarei in grado, ma ci proverei con entusiasmo. Sicuramente il primo intento sarebbe di non annoiare. Poi, casomai, anche di insegnare qualcosa. Ma un libro non basta. Bisogna soprattutto sperimentare: non è leggendo e dicendo “ah, ho capito” che si impara la matematica, la fisica o la chimica. Occorre esercitarsi, giocare: scrivendo, risolvendo equazioni, facendo funzionare circuiti, programmi al computer e facendo esplodere il cestino dell’immondizia del vicino antipatico che si impara davvero.

➢ Com’ era Malvaldi da alunno? Come ha passato gli anni del liceo? Qual era il suo rapporto con i prof.?

Da alunno, ero il classico adolescente deficiente, convinto che la scuola servisse a poco. Non che le materie che insegnavano non servissero, occhio: ero solo convinto che le insegnassero in modo sbagliato. A parte lettere, dove ho avuto un’insegnante meravigliosa (al biennio) ed una pietosa (al triennio) che mi hanno insegnato rispettivamente cosa fare e cosa non fare quando si ha a che fare con la letteratura.

➢ Se tornasse indietro si iscriverebbe alla stessa facoltà?

Di corsa.

Un pensiero su “Interviste

  1. Mi sono fatto proprio una risata di gusto al commento sulle due insegnanti di lettere. Anche quella pietosa aveva qualcosa di importante da insegnare: cosa non fare :-) .
    Comunque anche io al liceo non facevo quasi niente. Convinto che servisse a poco quello che si faceva. Pensavo che solo all’università poi le cose si sarebbero fatte seriamente. Così oggi mi ritrovo che solo di fisica posso dire di sapere qualcosina e ignoro pressoché tutto di storia, filosofia, parlo un inglese pietoso, dei principali autori della letteratura italiana conosco i nomi e poco altro …

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