Carlo Monni

Addio Bozzone

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Marina di Campo, settembre 2012. Un quartetto di vecchietti si aggira sulla spiaggia, rimirando culi di comparse in costume da bagno mentre intorno si muovono una selva di telecamere, microfoni, carrellini, megafoni ed altre simili meraviglie tecnologiche. A un certo punto, dal megafono, si sente “stop! Bene, pausa. Cinque minuti di pausa.”. Subito dopo uno dei quattro vecchietti, ovvero Ampelio, pianta il bastone in terra e ritorna Carlo Monni, annunciando a voce stentorea:

-         Via, allora già che si fa pausa io vo a pisciare.

E, cominciando a sfilarsi la cintura dai pantaloni, si avvia in direzione sud. Sempre al megafono il solerte Eugenio Cappuccio, regista, trova opportuno avvertire “Monni, il bagno è dall’altra parte”. Continuando a dirigersi verso il vasto pelago, il Monni risponde senza bisogno di megafono, ma a volume paragonabile, indicando il mare:

-         Ora, secondo lui vo in bagno…

 

Non sarebbe corretto dire che ho conosciuto Carlo Monni in occasione delle riprese della fiction sui miei libri: in realtà l’ho conosciuto molto prima, con il nome di Bozzone, quando prometteva alla madre di Roberto Benigni di farle provare “il brivido blu d’una trombata di trent’anni fa”.  E ancora oggi, per me, Carlo Monni è Bozzone. Ma, a viverci insieme, più che Bozzone il Monni ricordava Diogene: un uomo che viveva senza tutti quegli anestetici sociali per noi essenziali, libero da quello di cui, secondo lui, non c’era bisogno. Non che il Monni fosse un asceta, attenzione: quello che serviva (poesia, vino e amore prima di tutto) guai a toccarglielo. Ma di altre cose – il cellulare, per esempio – poteva fare tranquillamente a meno. Della verdura fresca no, per esempio: e allora eccolo presentarsi al Capo Nord (il ristorante di Marciana che ci sopportava con maggiore frequenza) con un sacchetto pieno di insalata fregata in un campo di Fiesole la mattina prima, dicendo “ora te mi condisci questa, perché quella che ciai te di lunedì ‘un pole esse’ bona”. Eccolo ritardare la ripresa di un ciak perché si metteva a raccattare i pinoli da terra, mettendoseli in tasca. L’uomo della preistoria, come lo chiamava bonariamente uno della produzione: caccia, raccoglie e mangia.

-         Io senza di te sopravvivo – rispondeva il Monni ridacchiando, mentre si metteva un pinolo in bocca – te, senza di me, no.

Ecco: se uno dovesse cercare l’essenza del Monni, starebbe proprio in questo. Una persona che non si vergognava di essere un uomo, prima che un attore e un poeta, con tutti i pregi, i difetti e i limiti che questo comporta. E che si divertiva a ricordarcelo ogni volta che ne aveva l’occasione.

Ciao Bozzone, mi mancherai.

Marco Malvaldi

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